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Plug&Live! alloggi sociali in autocostruzione

E’ passato ormai molto tempo da quando questa tesi è stata archiviata sulla carta cessando definitivamente di esistere – come succede per tutte le tesi.

E’ un po’ strano riparlare dell’argomento dopo così tanto tempo. Diciamo che è un po’ come disturbare il riposo di un morto, cosa che nella nostra cultura non è vista tanto bene. Ma la mia passione per l’argomento mi porta a correre il rischio di incorrere in una qualche maledizione, e per questo procederò con la descrizione di questo lavoro, sul quale ho passato molto del mio tempo, con tanto piacere.

Mi è sempre piaciuto pensare che l’architettura potesse avere, tra le tante cose, anche un qualche scopo etico, al di là di ogni retorica. Non a caso decisi di dedicare la seconda di copertina ad una citazione di uno degli architetti dai quali ho attinto spesso cibo per il cervello, ovvero W. Gropius. La citazione è questa: “La chiave per ricostruire con successo il nostro ambiente – che è il grande compito dell’architetto – sarà la nostra determinazione a fare dell’elemento umano il fattore predominante” ed è tratta da un suo saggio dal titolo “L’architetto nella società industriale”. Da questa frase si potrebbero ricavare tante riflessioni interessanti, ma non è questo lo scopo di questo post.

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Il progetto sviluppato nella tesi aveva come intento quello di esplorare un nuovo modo di intendere l’housing sociale. Il progressivo calo dell’offerta abitativa pubblica pone infatti come quesito quello della possibilità di far fronte alla domanda di abitazioni attraverso canali diversi.

Generalmente gli interventi di edilizia economica popolare, così come vengono realizzati in Italia, hanno come fine ultimo quello di offrire un servizio, senza porsi in relazione con gli utenti finali, secondo una visione assistenzialista del problema casa. Quando però viene meno anche questo tipo di intervento è necessario trovare soluzioni alternative, una delle quali è rappresentata dall’autocostruzione.

L’autocostruzione non è da intendersi come un qualcosa di arbitrario, legato all’abusivismo. Si tratta di un processo altamente organizzato e strutturato per fasi, che richiede una particolare attenzione soprattutto in fase di progetto. Sebbene in Italia sia un fenomeno recente, all’estero (per esempio negli Stati Uniti, o in Inghilterra) è abbastanza diffuso come pratica ed è ben supportato, sia a livello organizzativo che tecnologico. In questi Paesi assume il nome di self-help housing (o self-help building), termine che include in sé la parola self-help ovvero “fare da sé” contando sulle proprie forze. Questo fatto mette in evidenza la principale caratteristica positiva dell’autocostruzione, ovvero quella di attivare le volontà dei singoli per ottenere un risultato comune rappresentato materialmente dalla propria abitazione. Tramite questa pratica quindi l’housing sociale assume un connotato diverso e attiva un processo importante, che è quello della partecipazione.

Parlare di autocostruzione (in generale) e di autocostruzione in Sardegna per molti potrebbe sembrare utopistico. Potremmo invece considerarlo un qualcosa di appartenente al nostro DNA, se si pensa alla partecipazione familiare (ma anche estesa al “vicinato”) alla realizzazione della propria casa, prassi diffusa soprattutto nei piccoli centri della Sardegna. Letta in un questo senso dunque, l’autocostruzione recupera questa “usanza” e l’incanala in un processo organizzato.

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Il concept dal quale si è partiti per l’eborazione del progetto si è ottenuto osservando i “dispositivi informatici” chiamati HUB. Un HUB è un dispositivo al quale possono essere collegate diverse unità al fine di ottenere uno scambio di dati. Generalmente possiede una serie di ingressi, chiamate porte, nei quali vengono incastrati per mezzo di un attacco particolare i diversi elementi da cui si vogliono ricevere i dati. Partendo da questa osservazione, si è voluto proporre un sistema che funzionasse secondo lo stesso principio. La soluzione adottata è quindi caratterizzata in modo che ciascun alloggio sia suddiviso in due parti: la parte “tecnologica”, appunto chiamata HUB, che contiene gli impianti (elettrico, idrico, ecc..), i sistemi di collegamento verticale e i bagni, e la parte autocostruita, caratterizzata da moduli che è possibile annettere all’HUB in fasi successive. Tra i moduli e l’HUB, come succede nel caso dell’informatica, c’è quindi uno “scambio di dati”, rappresentato però in questo caso da energia elettrica, acqua, e tutto ciò che è necessario per rendere agibile una casa.

L’HUB non ha però solo la funzione tecnologica. Ad esso è affidata anche la funzione statica, in quanto può essere considerato idealmente come un muro portante che regge i moduli. I diversi HUB infatti sono allineati a formare un sistema a schiera, lasciando tra di essi lo spazio necessario per la realizzazione dei moduli. La tipologia che viene quindi a crearsi con l’unione di HUB e moduli può essere definita come “casa a schiera”.

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La differenza principale tra l’uso di un sistema di questo tipo e l’uso di un sistema tradizionale, risiede nella possibilità di offrire un certo grado di flessibilità nello sviluppo della propria abitazione. I benefici che se ne ricaverebbero sarebbero molteplici. Il primo, per esempio, sarebbe di tipo economico. Si potrebbe infatti dilazionare nel tempo la spesa per la realizzazione della propria abitazione, potendo realizzare in tempi diversi i vari moduli a seconda dello sviluppo del nucleo familiare. Un secondo beneficio sarebbe quello di poter realizzare una casa adattabile ai diversi tipi di famiglia che caratterizzano la nostra società, come per esempio una famiglia monogenitoriale o una più estesa, composta da genitori divorziati con a carico i rispettivi figli, che avendo esigenze diverse, richiedono diverse configurazioni spaziali non sempre ricavabili in maniera efficiente in un tipo di abitazione tradizionale. Per questo motivo lo studio dell’alloggio è stato preceduto dallo studio degli utenti finali dello stesso, attraverso la creazione di profili di utente tipo e la conseguente configurazione degli spazi domestici.

Il sistema individuato attraverso il concept è stato elaborato a partire da un modello già sperimentato e funzionante come quello proposto dallo studio Elemental a Monterrey, ma a differenza di questo si è proposto un sistema costruttivo che fosse ancora più compatibile con l’autocostruzione e soprattutto con la flessibilità. Il modulo autocostruito è stato progettato per essere realizzato utilizzando principalmente operazioni a secco e favorire in questo modo il lavoro degli autocostruttori. Ciascun componente è stato scelto in base a fattori come la maneggevolezza e la leggerezza, fattori dai quali non si può prescindere se si vuole che l’autocostruzione abbia il giusto grado di fattibilità.

Il modulo rappresenta l’unità abitabile minima realizzabile. Per soddisfare l’esigenza di flessibilità, sia abitativa che economica, del modulo esistono diverse varianti. L’unità base è il modulo standard, che ha le dimensioni di 4m in larghezza per 4.5m in profondità e può quindi contenere le principali funzioni domestiche, come per esempio un soggiorno o una camera da letto. Dall’unità base vengono ricavati i multipli e i sottomultipli, le cui misure possono soddisfare meglio le esigenze di spazio di certi ambienti domestici piuttosto che di altri. Il sistema costruttivo del modulo è basato sull’uso di pannelli preassemblati (contenenti già la finitura interna e esterna) da montare tramite staffe metalliche e giunzioni semplici. I pannelli vengono fissati su solai realizzati in legno poggiati in apposite mensole ubicate nelle pareti laterali degli HUB.

La disposizione dei moduli in relazione all’HUB genera un sistema di corti, indispensabili per poter portare luce e aria a ogni singola unità. La posizione della corte è determinata dall’indole di ciascuna famiglia che, a seconda del modo di vivere il rapporto col pubblico, deciderà di posizionarla all’interno o all’esterno.

L’utilizzo di un sistema di questo tipo genera interessanti sviluppi per gli scenari futuri, in relazione al fatto che, trattandosi di strutture montate prevalente a secco, la configurazione che si viene a creare è sempre incline alla trasformazione. Si potrebbe per esempio pensare che dopo un numero notevole di anni l’intera infrastruttura (a causa degli ulteriori mutamenti nello stile di vita familiare) diventi inusabile ai fini residenziali. Questa eventualità non pregiudicherebbe comunque il suo riutilizzo. La concezione modulare si rivelerebbe infatti decisiva per l’individuazione di una nuova destinazione: ciò che resterebbe sarebbe uno scheletro di HUB da riempire con nuovi moduli distribuiti in modo efficiente in base ai nuovi requisiti.

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Per vedere più immagini di questo progetto, vai al link >> plug&live! alloggi sociali in autocostruzione

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